NEV - NOTIZIE EVANGELICHE
protestantesimo - ecumenismo - religioni
13 febbraio 2008
settimanale - anno XXIX - numero 7
* Privilegi. Dal sito istituzionale della RAI all'8 per mille della CEI.
* Libertà religiosa. Il 20 febbraio un convegno degli evangelici alla Camera dei Deputati.
* Parlamento. Una giornata per la libertà di coscienza, di religione e di pensiero.
* Evangelici. XVII Febbraio: la festa dei protestanti italiani compie 160 anni.
* Ecumenismo. Il Consiglio ecumenico delle chiese compie 60 anni
* Valdesi. Il Sinodo valdese del Rio de la Plata celebra i 150 anni di presenza nell’area.
* SCHEDA: Il Consiglio ecumenico delle chiese (CEC).
Privilegi. Dal sito istituzionale della RAI all'8 per mille della CEI.
La protesta del presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia
Roma (NEV), 13 febbraio 2008 - Il presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), Domenico Maselli, ha scritto una lettera al presidente della RAI Claudio Petruccioli, e per conoscenza al direttore generale Claudio Cappon e al presidente della Commissione di vigilanza Mario Landolfi, esprimendo "vivo rammarico" nel rilevare che il sito istituzionale della RAI contiene una voce - "Chiesa cattolica" - che rimanda al sito della Conferenza episcopale italiana (CEI) che consente, tra l’altro, un collegamento alle informazioni sulla campagna Otto per mille a favore della CEI; non vi è nulla di simile, invece, per le altre confessioni religiose, anche quelle che dispongono di un’Intesa con lo Stato italiano ai sensi dell’articolo 8 della Costituzione, o che partecipano alla ripartizione dei fondi otto per mille.
"La FCEI - scrive il presidente Maselli - ritiene che lo spazio informativo e di fatto pubblicitario concesso alla chiesa cattolica costituisca un privilegio che, in quanto riconosciuto esclusivamente a una particolare confessione religiosa, finisce per ledere quel principio di uguaglianza delle diverse confessioni che, garantito dalla Costituzione, dovrebbe orientare il servizio pubblico radiotelevisivo".
Il presidente Maselli rileva inoltre come "a fronte della grande ed esclusiva visibilità garantita alla chiesa cattolica anche nel sito web della RAI", permanga "la penalizzazione subita dai programmi in convenzione con la Federazione delle chiese evangeliche in Italia e l’Unione delle comunità ebraiche in Italia, che da anni sono collocati in posizioni assolutamente marginali del palinsesto televisivo". In conclusione il presidente Maselli ritiene urgente che su questa delicata materia "la RAI avvii un confronto con le diverse confessioni religiose e definisca precise linee guida rispettose del valore di quel principio di pluralismo che è alla base dei doveri del servizio pubblico".
Libertà religiosa. Il 20 febbraio un convegno degli evangelici alla Camera dei Deputati.
Oscar Luigi Scalfaro ricorderà la genesi dell’art. 8 della Costituzione.
Roma (NEV), 13 febbraio 2008 - In occasione dei sessant'anni della Costituzione repubblicana, la Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) e l'Associazione internazionale per la difesa della libertà religiosa (AIDLR) promuovono a Roma il prossimo 20 febbraio il convegno "La libertà religiosa alla luce dell'articolo 8 della Costituzione".
Ad introdurre i lavori che prenderanno il via alle ore 16 presso la Sala del Cenacolo alla Camera dei Deputati, sarà il presidente dell’AIDLR, Daniele Benini, che è anche presidente della l'Unione italiana delle chiese cristiane avventiste del settimo giorno (UICCA). L’intervento centrale sarà affidato al presidente Oscar Luigi Scalfaro, che in qualità di padre costituente traccerà la genesi dell’art. 8 della Costituzione. Previsti gli interventi anche di Marco Ventura, docente di diritto ecclesiastico dell’Università di Siena, e dell’on. Valdo Spini, evangelico. Parteciperanno tra gli altri anche i politici di fede evangelica, il ministro Paolo Ferrero, l’on. Mercedes Frias, e il senatore Lucio Malan. Modererà Domenico Maselli, presidente della FCEI.
"Come sezione italiana dell'AIDLR abbiamo sentito l'esigenza di organizzare un incontro sull'articolo 8 della Costituzione perché riteniamo che nel nostro paese sia urgente definire meglio il tema dei rapporti Chiese-Stato - ha spiegato all’Agenzia NEV Dora Bpgnandi, segretario nazionale dell’AIDLR -. In una società dove convivono sempre più religioni diverse, questo argomento ci sollecita a riflettere sulla laicità e sulla legislazione più appropriata da adottare oltre allo statuto delle Intese previsto dalla Carta costituzionale. L'occasione per una tale riflessione ci è data dal 60° anniversario della Costituzione e dal 20° anno dalla trasformazione in legge di due Intese: quella con la chiesa avventista e quella con le Assemblee di Dio".
L'iniziativa si colloca nel quadro delle celebrazioni del 17 febbraio, data che ricorda l'emancipazione riconosciuta ai valdesi da re Carlo Alberto nel 1848; al tempo stesso cade nel ventennale dell'Intesa che regolamenta i rapporti tra lo Stato italiano e la UICCA. In occasione del convegno sarà inoltre presentato il volume "Uniti per l'Evangelo", a cura di Gianni Long e Renato Maiocchi (vedi notizie successive).
Parlamento. Una giornata per la libertà di coscienza, di religione e di pensiero
La propone l'on. Valdo Spini.
Roma (NEV), 13 febbraio 2008 - Dopo aver proposto una legge organica sulla libertà religiosa, l'on. Valdo Spini figura come primo firmatario di un nuovo progetto legislativo teso a istituire una "Giornata della libertà di coscienza, di religione e di pensiero". La proposta, che non ha implicazioni finanziarie, tende ad attirare l'attenzione dell'opinione pubblica su un tema di grande rilevanza sul piano dei diritti, delle libertà civili e del pluralismo culturale e religioso.
La data indicata da Spini è il 17 febbraio, in memoria dell'emanazione di quelle Regie Patenti con le quali re Carlo Alberto concesse i diritti civili alla comunità valdese e, pochi giorni dopo, a quella ebraica dello Stato sabaudo.
"Il tema della libertà religiosa è in questo momento drammaticamente presente nel mondo - spiega Spini - ed è giusto che l'Italia vi dedichi particolare attenzione. Nel nostro paese, in particolare, la Legislatura che muore lascia ancora inattuata una parte della nostra Costituzione, sia per quanto riguarda le 8 Intese firmate nell'aprile scorso, a norma dell'articolo 8, dal Governo Prodi e mai tradotte in disegni di legge di fronte al Parlamento, sia per ciò che concerne l'approvazione di una legge in materia di libertà religiosa, restando tuttora vigente la legislazione del 1929-1930 sui culti ammessi, non adeguata alla Costituzione repubblicana.
Per altro - conclude Spini - propongo di intitolare la Giornata, non solo alla libertà religiosa, ma anche a quella di coscienza e di pensiero per dare un senso integrale alla ricorrenza, in modo da coinvolgere credenti e non credenti".
Evangelici. XVII Febbraio: la festa dei protestanti italiani compie 160 anni
"Uniti per l'evangelo" è il libro pubblicato dalla FCEI per la Settimana della Libertà 2008
Roma (NEV), 13 febbraio 2008 - Il 17 febbraio è da 160 anni la data della festa dei protestanti italiani. Una festa civile piuttosto che religiosa perché ricorda la firma, nell'anno 1848, delle Lettere Patenti con cui il re Carlo Alberto estendeva i diritti civili ai suoi sudditi valdesi. La decisione fu accolta dalla popolazione valdese del Piemonte con grande entusiasmo e salutata con una festa attorno a dei grandi falò. La tradizione dei Falò della libertà continua ancora oggi e anche quest'anno se ne accenderanno moltissimi non solo nei luoghi storici della presenza valdese, ma anche in altre località della penisola dove esiste una presenza protestante.
Dalla festa del "XVII Febbraio" è nata la "Settimana della libertà", dedicata dai protestanti italiani alla riflessione sui temi che riguardano l'impegno nella società. Anche in questo caso sono numerose le iniziative organizzate dagli evangelici in tutta Italia sui temi della libertà di coscienza, della laicità, del pluralismo religioso. Tra le tante, (vedi appuntamenti), segnaliamo il convegno a Firenze, il 15 febbraio prossimo, su "Libertà religiosa: impegno laico, conquista civile", a cui interverranno Giovanni Gozzini, assessore alla cultura del capoluogo toscano, Massimo Salvadori, docente di storia del pensiero politico all'Università di Torino, e Paolo Ricca, docente emerito della Facoltà valdese di teologia; e il convegno che si terrà presso il tempio valdese di Milano domenica 17 febbraio sul tema " Libere coscienze in libero Stato? Riflessione al plurale per un'Italia pluralista nel pensare e nel credere", a cui interverranno rappresentanti di diverse comunità di fede del capoluogo lombardo.
Per la Settimana della libertà di quest'anno, la Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), in collaborazione con l'Unione italiana delle chiese cristiane avventiste del 7° giorno (UICCA) e con la Federazione delle chiese pentecostali (FCP), ha pubblicato il volume "Uniti per l'evangelo", edito dalla Claudiana e curato da Gianni Long e Renato Maiocchi. Il libro, che ha per titolo il motto del II Convegno evangelico italiano del 1965 da cui nacque la FCEI due anni dopo, ripercorre le tappe che, a partire dall'Ottocento, hanno marcato il cammino comune degli evangelici italiani con particolare attenzione ai quarant'anni di attività della Federazione evangelica. Sono autori dei diversi saggi, Domenico Maselli, Giorgio Bouchard, Gianni Long, Vittorio Fantoni, Carmine Napolitano, Aldo Comba, Renato Maiocchi, Jürg Kleemann, Domenico Tomasetto, Jean-Arnold de Clermont.
Ecumenismo. Il Consiglio ecumenico delle chiese compie 60 anni
Le celebrazioni a Ginevra con il motto "Fare la differenza insieme"
Roma (NEV), 13 febbraio 2008 – Il Consiglio ecumenico delle chiese (CEC), il più grande organismo ecumenico del mondo, compie 60 anni dalla sua fondazione, avvenuta ad Amsterdam (Paesi Bassi) nel 1948 (vedi scheda in questo numero). La ricorrenza sarà celebrata dal Comitato centrale del CEC, riunirito a Ginevra (Svizzera) da oggi al 20 febbraio. Un culto ecumenico del sessantenario sarà celebrato domenica 17 febbraio presso la Cattedrale riformata di St. Pierre, con la predicazione del patriarca ecumenico Bartolomeo I.
"Come sottolinea il tema della celebrazione – ha affermato Sara Speicher, ex coordinatrice delle informazioni del CEC –, ‘Fare la differenza insieme’ non è l’anniversario di un’istituzione, ma una comunione, un movimento e una visione. Sei decenni fa ad Amsterdam i partecipanti hanno confessato: ‘Siamo divisi gli uni dagli altri non solo sulle questioni di fede, costituzione e tradizione, ma anche dall’orgoglio di nazione, classe e razza’. Questa realtà persiste, ma persiste anche la visione ecumenica". E ha aggiunto: "Il CEC non sta solo festeggiando un compleanno, ma l’impegno visibile e fattibile delle chiese".
Il sessantenario è anche un’occasione di riflessione e dibattito sul ruolo del CEC oggi. Secondo il vescovo Martin Hein della Chiesa evangelica tedesca (EKD), membro del Comitato centrale del CEC, l’organismo sembra avere ormai perso la sua voce forte, dopo aver svolto un ruolo importante nello scenario mondiale degli anni ‘70 e ‘80, particolarmente nella lotta contro l’apartheid in Sudafrica e nel tentativo di riconciliare l’Europa divisa dalla guerra fredda. "Il CEC continua ad avere un compito politico – ha dichiarato Hein – ma a volte si ha l’impressione che gli manchi un grande obiettivo comune". In risposta alle dichiarazioni di Hein, il portavoce del CEC Mark Beach ha affermato: "A 60 anni tutte le organizzazioni devono attraversare un processo di revisione. Il CEC deve ascoltare le proprie chiese-membro e lo farà".
Valdesi. Il Sinodo valdese del Rio de la Plata celebra i 150 anni di presenza nell’area
Roma (NEV), 13 febbraio 2008 – Si è svolto dal 2 al 6 febbraio a Colonia Valdense (Uruguay) il XLV Sinodo della Chiesa evangelica valdese del Rio de la Plata (Uruguay e Argentina), che quest’anno ha visto anche le celebrazioni del 150° anniversario di presenza valdese nell’area. Il culto di apertura è stato presieduto dal pastore Francis Rivers, presidente dell’American Waldensian Society (AWS), che ha predicato su Atti 1:8, il testo biblico scelto come motto delle manifestazioni per il centocinquantenario: "Mi sarete testimoni fino alle estremità della terra".
L’assemblea era costituita dai deputati delle 25 chiese locali, pastore e pastori, ma anche ospiti stranieri, rappresentanti di chiese sorelle e di organismi ecumenici, tra cui Giuseppe Platone, pastore valdese a Torino e direttore del settimanale "Riforma". È giunto al Sinodo rioplatense anche un messaggio della moderatora Maria Bonafede, a nome della chiesa valdese italiana, che ha affermato che "la fedeltà di Dio più volte sperimentata nella storia è il fondamento di ogni nostro sforzo, il senso della nostra preghiera, la forza della nostra vita".
Il Sinodo ha rieletto per il secondo anno il pastore argentino Sergio Bertinat a di moderatore della "Mesa valdense", il corrispettivo italiano della "Tavola". Bertinat farà visita alla chiesa valdese italiana questa primavera.
Alla storia della presenza valdese nel Rio de la Plata sarà dedicata la prossima puntata della rubrica televisiva "Protestantesimo", in onda su Raidue domenica 24 e lunedì 25 febbraio dopo mezzanotte.
SCHEDA
IL CONSIGLIO ECUMENICO DELLE CHIESE (CEC)
Il Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) è l’organismo più ampio ed inclusivo tra le diverse organizzazioni del movimento ecumenico moderno. Fondato ad Amsterdam il 22 agosto del 1948, è formato oggi da 347 chiese membro in oltre 110 paesi del mondo e rappresenta circa 560 milioni di cristiani. Il CEC comprende la maggior parte delle chiese ortodosse, numerose chiese protestanti storiche (anglicane, battiste, luterane, metodiste, riformate) e diverse chiese indipendenti: una "comunione di chiese" riunite per promuovere il dialogo e la riconciliazione fra le diverse tradizioni cristiane. I membri fondatori del CEC provengono principalmente dall’Europa e dal Nord America, ma oggi la maggior parte dei membri si trova in Africa, Asia, Caraibi, America Latina, Medio Oriente e Oceania. Fra le tradizioni cristiane che non fanno parte del CEC, ci sono la chiesa cattolica, la chiesa avventista e l’Esercito della Salvezza, che però sono membri di varie organizzazioni ecumeniche nazionali e regionali. L’Esercito della Salvezza ha relazioni fraterne con il CEC e il Vaticano collabora regolarmente con esso in diversi ambiti (principalmente tramite il gruppo di lavoro congiunto CEC-Chiesa cattolica e tramite i membri cattolici della commissione Fede e Costituzione del CEC).
Storia
Nel 1910, in occasione della Conferenza missionaria di Edimburgo, diverse chiese (soprattutto protestanti) sottolinearono la necessità di intraprendere un cammino comune per l’unità, per eliminare "lo scandalo delle divisioni" fra i credenti. Alla fine degli anni ‘30 i due movimenti ecumenici Vita e azione e Fede e Costituzione, nati negli anni ‘20, confluirono in un unico organismo. Nel 1938 un comitato provvisorio riunito a Utrecht pose le basi del futuro Consiglio ecumenico delle chiese, ma la fondazione effettiva del CEC fu ritardata dalla guerra e avvenne solo nel 1948. Il primo segretario generale del CEC fu l’olandese Willem A. Visser ‘t Hooft, che come molti leader ecumenici del tempo si era formato nel movimento ecumenico giovanile World Student Christian Federation (WSCF), di cui era anche stato segretario generale.
Alla prima assemblea di Amsterdam parteciparono i rappresentanti di 147 chiese ortodosse, anglicane e protestanti. Da allora un crescente numero di chiese di ogni continente ha aderito al CEC, fino a giungere ai 347 membri di oggi.
Tutte le chiese membro sono rappresentate nell’assemblea, che si riunisce ogni sette anni. Dopo quella di Amsterdam nel 1948, le successive assemblee si sono svolte ad Evanston (1954), Nuova Delhi (1961), Uppsala (1968), Nairobi (1975), Vancouver (1983), Canberra (1991), Harare (1998) e Porto Alegre (2006).
Aree di lavoro
La nona assemblea del CEC a Porto Alegre ha formulato una serie di priorità per il lavoro dei sette anni successivi, istituendo in particolare sei aree programmatiche, ciascuna basata su un impegno precedente nell’area e comprendente progetti e attività specifiche. Tali aree di lavoro sono: "Il CEC e il movimento ecumenico nel XXI secolo", "Unità, missione, evangelizzazione e spiritualità", "Testimonianza pubblica: confrontarsi con il potere, affermare la pace", "Giustizia, diaconia e responsabilità per il Creato", "Istruzione e formazione ecumenica", "Dialogo e cooperazione interreligiosa".
Per statuto, lo scopo primario del CEC è "chiamarsi gli uni gli altri all’unità visibile in un’unica fede e in un’unica comunione eucaristica". Il CEC è per i suoi membri uno spazio di riflessione, azione, preghiera e impegno comune. Le chiese membro sono chiamate a promuovere la testimonianza comune nella missione e nell’evangelizzazione, a sostenere il rinnovamento nell’unità, nel culto, nella missione e nel servizio e ad impegnarsi come cristiani nel servire i bisogni umani, nell’abbattere le barriere tra popoli, nel cercare pace e giustizia e nel preservare l’integrità del Creato.
Tra le attività del CEC, si possono citare i progetti contro il razzismo, con cui le chiese hanno sostenuto la lotta all’apartheid in Sudafrica, gli sforzi per porre fine al conflitto in Sudan o la difesa dei diritti umani in America Latina sotto le dittature militari. Il CEC è inoltre attivo nel campo della diaconia e degli aiuti umanitari soprattutto con la promozione dell’agenzia umanitaria Action by Churches Together (ACT).
La commissione Fede e Costituzione collabora con il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani nella scelta del tema dell’annuale Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Il CEC ha inoltre contribuito in maniera significativa al riconoscimento dell’importanza del dialogo interreligioso e dei rapporti con le altre fedi.
Tra i programmi speciali si può citare il Decennio per sconfiggere la violenza (2001-2010), lanciato dal CEC per superare lo spirito, la logica e la pratica della violenza attraverso il comune impegno come agenti di riconciliazione, pace e giustizia nelle case, nelle chiese e nelle società. La conclusione del Decennio sarà segnata da una Convocazione ecumenica internazionale per la pace, che avrà luogo dal 4 all’11 maggio 2011, con l’obiettivo di redigere una dichiarazione ecumenica sulla pace giusta.
Un’importante novità nel metodo di lavoro del CEC è stata apportata dal Comitato centrale che si è riunito a Ginevra nel febbraio 2005, poi divenuta pratica comune nell’assemblea di Porto Alegre: per la prima volta le decisioni sono state prese non a maggioranza, ma in base alla ricerca del consenso. La scelta del metodo del consenso intende rafforzare la partecipazione e l’impegno delle chiese membro, in particolare di quelle ortodosse, che si sentivano estranee alle procedure di stile parlamentare praticate in precedenza.
Ulteriori informazioni sul sito ufficiale del CEC: http://www.oikoumene.org
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DOCUMENTAZIONE
Roma (NEV), 7 novembre 2007 - Pubblichiamo i documenti sull'omosessualità e sul confronto ecumenico e culturale in Italia approvati dalla IV sessione congiunta dell'Assemblea generale dell'Unione cristiana evangelica battista d'Italia (UCEBI) e del Sinodo delle chiese metodiste e valdesi (Roma/Ciampino, 2-4 novembre 2007).
Assemblea/Sinodo: documento sull'omosessualità
La 4a sessione congiunta dell'Assemblea generale dell'UCEBI e del Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi:
1. crede in un Dio d'amore che per primo ci ha accolti chiamandoci ad una vocazione all'accoglienza nello spirito del passo di Romani che dice: “Perciò accoglietevi gli uni gli altri, come anche Cristo vi ha accolti per la gloria di Dio” (15:7);
2. crede che l'essere umano sia fondamentalmente un essere in relazione con Dio e con il suo prossimo, e che la relazione umana d'amore, vissuta in piena reciprocità e libertà, sia sostenuta dalla promessa di Dio;
3. esprime apprezzamento per il fatto che molte chiese locali, associazioni regionali battiste e circuiti delle chiese valdesi e metodiste abbiano affrontato, sulla base del documento prodotto dal Gruppo di lavoro sull'omosessualità, in incontri anche congiunti, il tema dell'omosessualità, serenamente, senza preclusioni e pregiudizi;
4. mentre confessa il peccato della discriminazione delle persone omosessuali e delle sofferenze imposte loro dalla mancanza di solidarietà, condanna ogni violenza verbale, fisica e psicologica, ogni persecuzione nei confronti di persone omosessuali;
5. invita tutte le credenti e tutti i credenti a sostenere quelle iniziative tese a costruire una cultura del rispetto, dell'ascolto e del dialogo;
6. invita le chiese ad accogliere le persone omosessuali senza alcuna discriminazione;
7. invita le chiese, nell'ottica di uno Stato laico, a sostenere e promuovere concretamente progetti e iniziative tesi a riconoscere i diritti civili delle persone e delle coppie discriminate sulla base dell'orientamento sessuale;
8. auspica che il confronto e la riflessione, informati ad una lettura approfondita ed esegeticamente attenta della Scrittura, proseguano ancora nel futuro, partendo dal riconoscerci sorelle e fratelli nella comune fede in Gesù Cristo.
Assemblea/Sinodo: Chiese, società e cultura nell'Italia di oggi - Un contributo protestante
Il cammino ecumenico tra protestanti e cattolici degli ultimi decenni è caratterizzato da due elementi, che appaiono particolarmente evidenti dall’osservatorio italiano, ma che hanno una portata più generale.
1.1. Da un lato, i contatti a livello di base si sono, se non moltiplicati, consolidati. Le nostre chiese, pur non senza difficoltà, perplessità e a tratti resistenze, hanno inserito l’ecumenismo tra le loro priorità, investendovi passione ed energie. Per quanto riguarda il cattolicesimo italiano, il confronto con i protestanti non costituisce in generale una priorità, per evidenti ragioni sociologiche. Quotidianamente, tuttavia, constatiamo per tale tema un interesse non superficiale. La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani è per molte diocesi cattoliche un momento di informazione e di confronto non formale; la collaborazione nella Società biblica è da tempo consolidata e feconda; pastori e membri di chiesa evangelici sono spesso invitati da parrocchie cattoliche per incontri di preghiera e formazione comune; il Segretariato per le attività ecumeniche continua la propria opera con efficacia; nel suo ambito è anche maturata l’iniziativa giovanile denominata “Osare la pace per fede”, che ha già prodotto due incontri nazionali che hanno molto arricchito i partecipanti. Tutto questo, e molto altro ancora, rappresenta un dono di Dio che le nostre chiese hanno il compito e la volontà di custodire e far fruttificare, anche nella situazione attuale, caratterizzata da un senso di stanchezza, quando non di ripiegamento.
1.2. Dall’altro lato, la chiesa romana si esprime frequentemente, mediante i suoi organismi ufficiali, in termini che vengono percepiti dagli evangelici come poco costruttivi per il confronto. Vanno menzionati, in particolare, due ambiti.
1.2.1. Sul piano ecclesiologico, Roma ribadisce con insistenza il suo rifiuto di riconoscere quelle protestanti come chiese cristiane “in senso proprio”. Gli evangelici sono consapevoli che proprio tale insistenza costituisce una reazione a quella che Roma sa essere l’opinione, del tutto diversa, di molti suoi membri di chiesa. La pretesa della gerarchia romana di giudicare l’ecclesialità altrui, tuttavia, costituisce un problema che, al momento, appare difficile da affrontare. Tale pretesa, infatti, non esprime una semplice differenza tra chiese diverse. E’ perfettamente possibile, infatti, vivere la comunione tra chiese significativamente diverse sul piano teologico e organizzativo, e il protestantesimo è un esempio di tale possibilità. Quella che divide Roma dalle chiese evangeliche è invece una asimmetria nel modo di comprendersi. Mentre le chiese evangeliche si comprendono come espressioni, accanto ad altre, della chiesa una, santa, cattolica e apostolica, Roma identifica soltanto se stessa con la chiesa di Gesù Cristo. Il Concilio Vaticano II, pare ad alcuni, aveva aperto spiragli importanti su questo punto, ma il magistero vaticano successivo ha provveduto a chiuderli, sconfessando quanti, all’interno della stessa chiesa cattolica, sostengono opinioni diverse. Ciò provoca, all’interno di quella chiesa, la profonda sofferenza di molti, ai quali battisti, metodisti e valdesi esprimono la loro solidarietà e la certezza di una comunione che, al di là delle sentenze magisteriali, si sa voluta e creata dallo Spirito di Dio. Al tempo stesso, non possiamo non vedere che l’idea di ecumenismo proposta dal magistero romano continua a essere imperniata sulla concezione cattolica del ministero episcopale e sulla rivendicazione di quello che è chiamato “primato petrino” e che è invece, semplicemente, il primato papale. Su questi due punti, gli evangelici possono solo ribadire che:
a) il Nuovo Testamento e la tradizione bimillenaria della chiesa conoscono diverse forme di esercizio del ministero episcopale, nessuna delle quali può pretendere validità esclusiva;
b) il papato è un ministero interno al cattolicesimo romano, dunque confessionale, non ecumenico.
La discussione sulle forme che esso dovrebbe assumere per svolgere una funzione ecumenica è del tutto prematura e per tale motivo fuorviante. A parte il fatto che l’obiezione evangelica non riguarda le forme di esercizio di tale ministero, bensì la sua essenza, va rilevato che le forme innovative e collegiali di esercizio del ministero papale sono state evocate più volte, ma mai attuate, in alcuna forma.
Non sappiamo quali saranno le direttrici del dibattito ecumenico nel futuro prossimo. Nella misura però in cui il modello di unità che si persegue continuerà a essere imperniato in forma esclusiva intorno al nucleo della visione cattolico-romana della chiesa, il nostro compito sarà di rendere attenti al fatto che tale progetto rischia di condurre l’intero movimento ecumenico in una situazione di stallo dalla quale non sarebbe facile uscire.
Per parte nostra, riteniamo che il movimento ecumenico che fa capo al Consiglio ecumenico delle Chiese abbia elaborato, dal 1948 a oggi, due nozioni fondamentali che ci paiono poter costituire, insieme, la stella polare del cammino comune delle chiese. La prima è la nozione di “comunione conciliare”, secondo la quale “la chiesa una dev’essere vista come comunione conciliare di chiese locali, che sono esse stesse realmente unite” (Dichiarazione di Salamanca, 1973). La seconda nozione è quella di “diversità riconciliata”, secondo la quale l’unità cristiana è tra chiese diverse e la riconciliazione della diversità non comporta il loro appiattimento. Nella futura comunione conciliare occorrerà quindi che le diverse chiese e confessioni siano presenti nella loro robusta individualità storica e spirituale, liberata però da settarismi, faziosità e parzialità.
1.2.2. Nel nostro paese, inoltre, assistiamo assai spesso a prese di posizione, soprattutto della Conferenza episcopale italiana, che vorrebbero orientare in modo marcato il dibattito politico, in particolare su questioni etiche oggi molto dibattute. Le nostre chiese non intendono contestare ai vescovi italiani, né ad alcun altro, il diritto di interloquire nel dibattito pubblico, nelle forme che agli interessati paiono opportune, fatti salvi i limiti stabiliti dalla legge. Dal punto di vista ecumenico, riteniamo di dover formulare alcuni rilievi. Gli interventi dell’episcopato cattolico evidenziano la tendenza a proporre come normativa sul piano legislativo la propria posizione confessionale, argomentando che essa corrisponderebbe a una “legge di natura”. Tale atteggiamento sottovaluta:
a) il carattere pluralista della società italiana;
b) il fatto che, sul tema della “legge di natura” non sussiste un consenso neppure tra le chiese, le quali nella loro ricerca di obbedienza all’evangelo presentano una pluralità di posizioni etiche.
Quella che alcuni considerano l’intransigenza delle gerarchie cattoliche ha prodotto negli ultimi decenni una polarizzazione assai perniciosa nell’opinione pubblica del paese. Più volte questioni etico-politiche di enorme rilevanza sono state ridotte ad alternative troppo schematiche. Le nostre chiese ritengono che la testimonianza delle esigenze etiche dell’evangelo nella società richieda ai cristiani:
a) un confronto aperto e serrato sulla base della Scrittura e delle domande poste dalla realtà che cambia;
b) un atteggiamento di ascolto e di dialogo nei confronti di chi professa altre visioni della realtà;
c) la capacità di promuovere, in sede di elaborazione legislativa, compromessi qualificati. Non, cioè, basati sui puri equilibri di potere, bensì sulla capacità di integrare istanze diverse e, per non pochi aspetti, opposte, nella consapevolezza della diversità tra le visioni del mondo che convivono nella nostra cultura.
E’ in questo spirito che le nostre chiese cercano di affrontare questioni complesse e controverse come quelle riguardanti l’inizio e la fine della vita, l’ingegneria genetica, le questioni di genere e di orientamento sessuale, le problematiche ambientali, e i vari aspetti della globalizzazione.
Rileviamo infine, con dispiacere, una certa reticenza della chiesa romana a proposito del dibattito in corso in vista di una legge, attualmente in discussione in Parlamento, sulla libertà religiosa. Le nostre chiese hanno sottoscritto da tempo intese con lo Stato italiano e ne sono soddisfatte. Il loro interesse per una legge sulla libertà religiosa non riguarda in primo luogo la difesa dei loro diritti, bensì l’esigenza, di un’effettiva neutralità religiosa dello Stato e della tutela dei diritti di tutti: anche di comunità religiose che non hanno nulla a che vedere con noi e che non hanno ancora potuto, per diversi motivi, giungere a intese. La libertà è indivisibile e dove quella di alcuni è conculcata o limitata, è la collettività intera a risentirne.
2. La polarizzazione ideologica che abbiamo menzionato ha contribuito a scatenare nel paese, insieme ad altri effetti nefasti, una controffensiva anticlericale che manifesta una marcata tendenza a diventare anticristiana e che riprende contenuti e toni che si ritenevano da tempo superati. Non ci riferiamo a quanti si battono per una radicale laicità dello stato: questa è sempre stata anche la nostra battaglia. Riteniamo però che essa non abbia nulla a che vedere con un tipo di ateismo che, oltre a banalizzare la fede altrui, rischia anche di squalificare l’atteggiamento di chi, alla grande domanda su Dio, dà risposte diverse da quelle dei credenti.
2.1. Diversi libri recenti, tradotti o di autori italiani, e numerosissimi articoli nelle pagine culturali dei grandi giornali, ripropongono in modo assai rozzo la contrapposizione tra credere e pensare. Chi pensa, si dice, non ha bisogno di credere e viceversa. Ad alcune parole-chiave - come rivelazione, dogma, miracolo, ispirazione - vengono attribuiti significati che prescindono in modo totale dall’uso effettivo che di tali termini viene fatto all’interno del cristianesimo. Alcuni risultati dell’esegesi biblica, assodati da secoli, vengono presentati come novità finora deliberatamente censurate, perché demolirebbero le basi stesse della fede cristiana. Si sostiene che la chiesa cristiana non avrebbe fatto i conti con esiti fondamentali delle scienze empiriche, da quelle astrofisiche a quelle biologiche. Il dato più sconcertante è costituito dall’ignoranza che tale pubblicistica manifesta. Nessuno potrebbe oggi decentemente parlare in pubblico di sociologia o di fisica senza conoscere i rudimenti di tali discipline. Si ritiene invece di poter interloquire in materia religiosa non solo in assenza di qualunque competenza specifica, ma anche di un’informazione minimale, che la scuola italiana, in effetti, non garantisce. Particolarmente impressionante è, in tale quadro, il fraintendimento grossolano della nozione di “fede”, presentata come adesione immotivata a contenuti arbitrari e anche assurdi. Credere, cioè, significherebbe sostenere quanto non si è in grado di sapere. Il fatto che ciò non corrisponda affatto alla fenomenologia dell’esperienza credente è considerato del tutto irrilevante: più precisamente è, anch’esso, ignorato. La critica che ne esce non raggiunge, nella quasi totalità dei casi, la dignità del pensiero critico e rimane sul piano del dileggio.
2.2. Parallelamente, si assiste anche alla ripresa di un tipo di argomentazione che squalifica le religioni in quanto ideologie violente e fomentatrici di intolleranza. Il problema esiste e assumerlo con rigore è oggi essenziale per una visione non ideologica e non apologetica della storia del cristianesimo. Che il problema sia noto non significa che sia stato risolto; e nemmeno intendiamo minimizzarlo mediante la semplice constatazione che violenza e intolleranza non sono caratteristiche delle religioni soltanto, bensì della condizione umana, oppure ricordando solo i contributi, pure innegabili, che momenti della storia del cristianesimo hanno dato allo sviluppo delle libertà e all’affermazione dei diritti umani. Sappiamo che quelle religiose, come tutte le grandi forze spirituali dell’umanità, celano nel loro intimo un’ambiguità profonda e anche pericolosa, che va conosciuta e contrastata, combattendo ogni forma di integralismo e di intolleranza, anche e specialmente al proprio interno. Gli sforzi in questa direzione, sul piano teologico, pastorale e del confronto interculturale sono intensi e non sterili. Sappiamo che il cammino sarà lungo. Che però chi proviene dal XX secolo possa identificare semplicisticamente violenza e intolleranza con il retaggio religioso in quanto tale, senza riflettere su quanto la storia ha mostrato in termini tragici e inequivocabili, non è segno di sensibilità culturale.
In questo quadro, le nostre chiese desiderano rendere la loro testimonianza. Il Dio ipotetico al quale l’essere umano può giungere con i suoi calcoli e i suoi ragionamenti, le sue emozioni o le sue impressioni, i suoi desideri o le sue paure, i suoi entusiasmi o le sue frustrazioni, non è il Dio della fede, il quale non chiede di essere dimostrato, ma testimoniato. Le nostre chiese sanno bene che la fede non è figlia della ragione, né della volontà, né del sentimento, ma di una parola che, come accadde ad Abramo, chiama ad “uscire” dal guscio del nostro io verso l’altro, e verso un altrove che Dio indicherà. Esse sanno anche che la loro vita rispecchia in modo debole e inadeguato la loro fede e sanno quindi di essere testimoni manchevoli del Dio che confessano. Esse sono consapevoli dei peccati gravi e ripetuti, di ieri e di oggi, che hanno accompagnato e accompagnano il cammino delle chiese nella storia. Esse prendono sul serio il giudizio del mondo su di loro, cercandoci i segni del giudizio di Dio stesso. Ciò nondimeno, la Parola che le ha chiamate alla vita e alla vita nuova è più forte della “poca fede” che Gesù trova abitualmente nei suoi discepoli di allora e di oggi. Lo Spirito, però, non si stanca di trasformare questa poca fede in un’incrollabile fiducia in Dio come colui che “ama nella libertà”. Perciò le nostre chiese, pur coscienti delle mille obiezioni e contraddizioni nelle quali si situa la loro testimonianza, non taceranno il suo Nome in mezzo alla nostra generazione.
NEV - NOTIZIE EVANGELICHE
protestantesimo - ecumenismo - religioni
11 luglio 2007
settimanale - anno XXVIII - numero 28
* EDITORIALE: L’impegno ecumenico sarà molto più difficile per i cattolici, di Daniele Garrone
* INTERVISTA: Paolo Ricca: Il vento di una nuova controriforma
* Documento vaticano/1. Domenico Maselli, Federazione chiese evangeliche in Italia
* Documento vaticano/2. Holger Milkau, Chiesa evangelica luterana in Italia
* Documento vaticano/3. Thomas Wipf, Comunità chiese protestanti in Europa
* Documento vaticano/4. Setri Nyomi, Alleanza riformata mondiale
* Documento vaticano/5. Georges Lemopoulos, Consiglio ecumenico delle chiese
* Documento vaticano/6. Wolfgang Huber, Chiesa evangelica tedesca
* Documento vaticano/7. Colin Williams, Conferenza delle chiese europee
* Il giamaicano David Callam è il nuovo segreterio generale dell'Alleanza battista mondiale
EDITORIALE
L’impegno ecumenico sarà molto più difficile per i cattolici
di Daniele Garrone, decano della Facoltà valdese di teologia
La qualifica di “comunità ecclesiali” non ci è mai piaciuta e non ci è mai corrisposta. Rinunciando allo “est” ed optando per il “subsistit” il Concilio Vaticano II compiva, dal punto di vista cattolico romano, una apertura. Ed in effetti l’ecumenismo ricevette un notevole impulso. Il documento della Congregazione per la dottrina della fede non dice nulla di inedito, ribadisce con toni perentori cose già note. Perché questa perentorietà? Certamente non c’è in questo momento alcun interesse da parte del Pontefice e della curia a promuovere l’incontro con le chiese della Riforma. Si guarda all’ortodossia, perché è più prossima a Roma, se misurata con i criteri della cattolicità romana, e perché si pensa che condivida con Roma la valutazione negativa della modernità e come Roma avversi il “relativismo”. Ma la perentorietà nell’autocertificarsi come la vera Chiesa di Gesù Cristo e nel dare “interpretazioni autentiche” (e quindi disciplinarmente vincolanti per le coscienze dei cattolici) è rivolta innanzitutto al fronte interno, è intesa a mettere in riga quei cattolici – teologi e pastori, laici e religiosi – che hanno considerato e considerano il Vaticano II un punto di avvio, l’inizio di un cammino che avrebbe innovato ancora, allargato ulteriormente, osato più coraggiosamente. L’interpretazione autentica è una normalizzazione del cosiddetto “spirito del Concilio”. E’ un freno posto a prassi e teologie diffuse in America Latina come in Africa, in Asia come nel Nord America o in Europa.
Per quanto riguarda noi protestanti, non ci turba che Roma ci dica ancora una volta, e con tono che non ammette repliche, che non siamo chiese e difettiamo di cattolicità solo perché ci manca quello che la confessione romana ritiene essenziale per la cattolicità, cioè le dottrine con cui si autocertifica e misura gli altri a partire da sé. Perché sta tutto qui: si dice “cattolico”, ma si intende cattolico-romano. Noi protestanti non abbiamo la successione apostolica nel sacramento dell’ordine, e non ne abbiamo bisogno, perché viviamo della promessa, finora mantenuta dal Signore, che la testimonianza dei profeti e degli apostoli continuerà a far nascere e conserverà la sua chiesa di peccatori perdonati. Noi protestanti non abbiamo il sacerdozio ministeriale, e non lo vogliamo, perché viviamo dell’unico sacerdozio di Cristo. Dicano pure che non abbiamo “conservato la genuina e integra sostanza del Mistero eucaristico”, abbiamo la promessa che nel pane e nel vino della Cena del Signore siamo in piena comunione con Lui. Dalla Riforma in poi, sappiamo che la nostra fede è certa perché pone noi al di fuori di noi. Non siamo nulla, ma riceviamo in dono molto di più di ciò di cui siamo trovati mancanti dalla chiesa di Roma.
Questa saccente perentorietà non frenerà il nostro impegno ecumenico. Lo renderà molto più difficile per i cattolici, a cui viene ricordato che la loro coscienza è vincolata ai pronunciamenti del magistero. A loro, ai nostri fraterni e sinceri compagni di strada da tanti decenni, diciamo: rialzate la testa e parlate ad alta voce, senza paura, perché in virtù del vostro battesimo e della vostra fede, la vostra coscienza è resa libera da Cristo e in Cristo.
INTERVISTA
Paolo Ricca: Il vento di una nuova Controriforma
a cura di Luca Baratto
Roma (NEV), 11 luglio 2007 – Il 10 luglio è stato presentato il documento “Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla Chiesa”, della Congregazione per la dottrina della fede, in cui si afferma, tra l’altro, che solo la Chiesa cattolica possiede “tutti gli elementi della Chiesa istituita da Gesù”. L’Agenzia stampa NEV ha intervistato in proposito il pastore Paolo Ricca, professore emerito della Facoltà valdese di teologia di Roma.
L'affermazione della “Lumen gentium”, secondo cui la “Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa Cattolica”, è una delle espressioni del Concilio Vaticano II che più hanno evidenziato l'apertura verso le chiese non cattoliche. Come giudica l'interpretazione che ne ha dato il documento della Congregazione per la dottrina della fede, sottoscritto da papa Benedetto XVI?
Quell'espressione fu adottata dal Concilio per sostituire quella precedente che recitava “la Chiesa di Cristo è la chiesa cattolica”. Il Concilio ha sostituito l'”est” con il “subsistit in” per creare dei maggiori spazi di riconoscimento di altre chiese: affermando che la Chiesa di Cristo “sussiste” nella chiesa cattolica non si escludeva che essa potesse sussistere anche in altre chiese. Fino ad oggi questa espressione è stata interpretata da molti teologi in questo senso non esclusivo. Il documento di questi giorni, invece, ne propone un'interpretazione nuovamente esclusiva, affermando che la Chiesa di Cristo sussiste unicamente nella chiesa cattolica. Un fatto deludente, che ridimensiona le aperture del Concilio, ma di cui certamente non ci si può stupire perché riprende ciò che l'allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger, aveva affermato nel 2000 con la dichiarazione “Dominus Iesus”.
Quali conseguenze avrà la “Dichiarazione” sul piano del dialogo ecumenico ?
Il Vaticano, naturalmente, continua a dire che non cambierà nulla, che tutto prosegue. Io, francamente, mi sento di dire che dichiarazioni come queste logorano la volontà di continuare il dialogo, soprattutto perché non si sa più su che cosa si dovrebbe dialogare. Il documento, per esempio, ribadisce che quelle nate dalla Riforma protestante non possono essere riconosciute come chiese. Un'affermazione, ben nota, che comunque mina le ragioni del dialogo perché fa venir meno la corrispondenza dei soggetti, nega la dignità dell'interlocutore. Il dialogo ha senso se, almeno in prospettiva, c'è un riconoscimento reciproco delle chiese. Come chiese protestanti siamo stanchi di sentirci negati per quello che siamo e per cui viviamo: perché noi viviamo per essere Chiesa di Gesù. Credo che oggi sia ormai necessario distinguere tra il dialogo ecumenico di base - in parrocchie e monasteri, con sacerdoti e laici – che è fruttuoso, serio e fraterno, e il dialogo con l'istituzione romana che, per così dire, distribuisce “pagelle” di cristianità.
Pochi giorni fa la riproposizione della messa in latino, la reintroduzione della preghiera per gli ebrei “da convertire”; ora la Dichiarazione sulla “Lumen gentium”. Dove portano questi segnali?
In modo inequivoco verso una nuova Controriforma. Prendiamo la messa in latino. Il problema non è tanto la lingua latina, ma la riproposizione della messa di Pio V del 1570, pensata contro la Riforma. In essa, tutte le innovazioni liturgiche delle chiese protestanti sono esplicitamente negate. Quella che ci sta proponendo il Vaticano è una nuova Controriforma con le sue due caratteristiche principali: quella di opporsi alle riforme interne al cattolicesimo, tanto a quelle del 1500 quanto a quelle del Concilio Vaticano II, e alle istanze proposte dalle Riforma protestante. Credo che all'istituzione romana vada dato un segnale non solo della nostra delusione, ma anche del pericolo che alla fine ognuno decida di proseguire per la sua propria strada. Resta la volontà di dialogare con i cattolici, ma è giusto sottolineare che l'istituzione romana restringe sempre più lo spazio per un dialogo che forse non gradisce neppure.
Documento vaticano/1. Domenico Maselli, Federazione chiese evangeliche in Italia
Roma (NEV), 11 luglio 2007 – In seguito alla presentazione avvenuta ieri del nuovo documento della Congregazione per la dottrina della fede “Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla Chiesa”, in cui si afferma che solo la Chiesa cattolica possiede “tutti gli elementi della Chiesa istituita da Gesù”, il presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), pastore Domenico Maselli, ha rilasciato la seguente dichiarazione:
“La pubblicazione dell’ultimo documento della Congregazione per la dottrina della fede costituisce un vistoso passo indietro nei rapporti tra la chiesa cattolica romana e le altre chiese cristiane. È vero che non fa altro che ripetere quanto già affermato nella ‘Dominus Iesus’ del 2000, ma il concetto è ora ribadito con una chiarezza insolita. Una frase soprattutto colpisce il lettore ecumenico, in cui si definisce la chiesa cattolica come quella ‘nella quale concretamente si trova la Chiesa di Cristo su questa terra’. Pare evidente che l’unico modo per cercare l’unità sarebbe quello di entrare nella chiesa cattolica romana. Era stata la soluzione sperata da Newman, che portò poi alla condanna del modernismo. Ciononostante, il dialogo ecumenico deve continuare, e può continuare, mettendosi ognuno in discussione, per cercare di ascoltare la voce di Cristo che per tutti noi è la via, la verità, la vita. In questo spirito si deve continuare il cammino sia in Italia che nel resto del mondo, fidando nel rispetto reciproco ed anche nella laicità dello Stato che permette che la libertà di discussione, di ricerca e di religione sia mantenuta fino in fondo”.
Documento vaticano/2. Holger Milkau, Chiesa evangelica luterana in Italia
Roma (NEV), 11 luglio 2007 – “L'autoconsapevolezza di essere chiesa per fortuna non dipende dal placet del Papa, ma solo dallo Spirito Santo, dalla grazia di Dio e dall'amore di Cristo, che ha detto: 'dove due o tre sono radunati nel mio nome, io sono in mezzo a loro". Così si è espresso il pastore Holger Milkau, decano della Chiesa evangelica luterana in Italia (CELI), riguardo al documento "Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla chiesa" reso noto ieri dalla Congregazione per la dottrina della fede.
“Con questo documento – ha proseguito Milkau - la chiesa romana si contrappone all’idea di cattolicità (universalità) della chiesa, quando afferma: 'Solo dove sono io, c'è Cristo, altrove no.' Con una affermazione di questo tipo la cattolicità della chiesa viene distrutta, facendo emergere alcuni paradossi nella linea ecumenica della chiesa romana. Chi ribadisce la propria esclusività, sente la necessità di distaccarsi dagli altri. La chiesa romana tende, in molti modi, a staccarsi dalla realtà condivisa con gli altri: lo fa, per esempio, insistendo sulla propria esclusività ecclesiale ma anche rivendicando un'esclusività etica e morale. La ricerca della verità è un lungo viaggio in comunione con gli altri, non la pretesa di essere già arrivati alla meta.
Le chiese luterane, come tutto il mondo protestante, hanno imparato a considerare i propri interlocutori come partner con pari diritti. Nel caso contrario il discorso diventa presuntuoso e cattedratico. Il futuro della chiesa è universale ed ecumenico. Non però un ecumenismo che appiattisce le differenze e impone un modello unico, bensì un ecumenismo capace di valutare le diversità senza creare divisioni. Non sarà facile convincere i nostri partner cattolici-romani, ma sappiamo che il Signore della Chiesa è al nostro fianco: Cristo, che soffre e concede il superamento della sofferenza, per grazia”.
Documento vaticano/3. Thomas Wipf, Comunità chiese protestanti in Europa
Roma (NEV), 11 luglio 2007 – Secondo la Riforma protestante gli elementi originali delle chiese sono la pura predicazione del vangelo e la corretta amministrazione dei sacramenti: “Questo e nient’altro deve essere visto come espressione autentica dell’unica chiesa di Cristo”, ha dichiarato il pastore Thomas Wipf, presidente della Comunità delle chiese protestanti in Europa – Comunione di Leuenberg (CPCE), commentando il nuovo documento della Congregazione per la dottrina della fede “Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla Chiesa”, che concepisce la chiesa cattolica come l’unica chiesa di Cristo.
Secondo Wipf per un protestante è impossibile concordare con l’autocomprensione cattolica: “Tutto ciò che è esteriore è fallibile – ha dichiarato –, incluse la chiesa protestante e quella cattolica”. Oltre all’aspetto teologico, Wipf ha osservato un’altra questione importante: “Un documento del genere manda segnali sbagliati. Le sfide di questo mondo chiedono a gran voce che le chiese lavorino insieme. La comunione non è un obiettivo ideale, ma il nostro compito. Le vedute dottrinali sono molto importanti, ma non devono spaccare la chiesa”.
La Comunità delle chiese protestanti in Europa (CPCE) conta 105 chiese membro luterane, riformate, unite, metodiste dell’intero continente, che grazie all'accordo del 1973 di Leuenberg (Svizzera) si prestano il riconoscimento reciproco dei ministeri e dei sacramenti.
Documento vaticano/4. Setri Nyomi, Alleanza riformata mondiale
Roma (NEV), 11 luglio 2007 – L’Alleanza riformata mondiale (ARM), che da anni intrattiene dialoghi bilaterali con il Vaticano, ha scritto una lettera al cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, per chiedere chiarimenti sul documento della Congregazione per la dottrina della fede “Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla Chiesa”, che concepisce la chiesa cattolica come l’unica chiesa di Cristo.
“Siamo sconcertati – scrive nella lettera il pastore Setri Nyomi, segretario generale dell’ARM –, dalla presentazione di tale documento in questo momento storico per la chiesa cristiana. In un’epoca di frammentazione sociale in tutto il mondo, l’unica chiesa di Gesù Cristo a cui tutti partecipiamo dovrebbe rafforzare la propria testimonianza comune e affermare la propria unità a Cristo. Il documento pubblicato il 10 luglio purtroppo offre un’interpretazione di Lumen Gentium 8 che ci riporta al pensiero e all’atmosfera che c’erano prima del Concilio Vaticano II”. Lamentando le possibili conseguenze negative per i dialoghi bilaterali cattolico-riformati, Nyomi ricorda i documenti comuni prodotti negli ultimi anni, compreso quello che sta per uscire, e mette in discussione “la serietà con cui la chiesa cattolica romana affronta i suoi dialoghi con la famiglia riformata e le altre famiglie ecclesiali”.
“Per adesso – conclude la lettera –, siamo grati a Dio perché la nostra chiamata ad essere parte della chiesa di Gesù Cristo non dipende dall’interpretazione del Vaticano. È un dono di Dio”. E prosegue: “Preghiamo perché venga il giorno in cui la chiesa cattolica romana vada al di là delle pretese esclusivistiche, in modo che possiamo portare avanti la causa dell’unità cristiana per cui il nostro Signore Gesù Cristo ha pregato”.
L'ARM raggruppa più di 200 chiese congregazionaliste, presbiteriane, riformate ed unite, le cui radici risalgono alla Riforma del XVI secolo.
Documento vaticano/5. Georges Lemopoulos, Consiglio ecumenico delle chiese
Roma (NEV), 11 luglio 2007 – “Ogni chiesa è la chiesa cattolica (universale) e non semplicemente una parte di essa. Ogni chiesa è la chiesa cattolica, ma non nella sua interezza. Ogni chiesa realizza la propria cattolicità quando è in comunione con le altre chiese”. In seguito alla pubblicazione del documento vaticano “Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla Chiesa”, questo è quanto ha ricordato Georges Lemopoulos, vice-segretario generale del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC), con le parole del documento “Chiamati ad essere una sola chiesa” prodotto dalla IX Assemblea generale del CEC, riunitasi a Porto Alegre (Brasile) nel febbraio 2006. L'Assemblea, ha dichiarato Lemopoulos, “ha affermato 'il progresso fatto nel movimento ecumenico' e ha incoraggiato la comunione delle chiese membro 'per continuare su questo sentiero arduo, eppure gioioso, fidando nel Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, la cui grazia trasforma le nostre lotte per unità nei frutti della comunione'. Secondo l'Assemblea – ha proseguito Lemopoulos - 'la condivisione onesta degli elementi in comune, delle divergenze e delle differenze aiuterà tutte le chiese a raggiungere gli obiettivi della pace e della vita comune'”.
Il CEC è una comunione di oltre 340 chiese anglicane, protestanti ed ortodosse in più di 100 paesi, in rappresentanza di circa 550 milioni di cristiani.
Documento vaticano/6. Wolfgang Huber, Chiesa evangelica tedesca
Roma (NEV), 11 luglio 2007 – Secondo il vescovo luterano Wolfgang Huber, presidente della Chiesa evangelica tedesca (EKD), “le speranze di cambiamento nella situazione ecumenica sono state nuovamente spinte nel futuro remoto”. E ha proseguito: “Se la chiesa cattolica resta convinta di essere la sola vera chiesa di Cristo, la via del suo ecumenismo è tracciata in anticipo e non aperta al dialogo”. Osservando che il documento del Vaticano “Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla Chiesa” ripete le stesse affermazioni della “Dominus Iesus”, pubblicata dall'allora cardinale Ratzinger nel 2000, il vescovo Huber ha ricordato che alcuni teologi ecumenici avevano suggerito che quella dichiarazione fosse il risultato di disattenzione, mentre adesso “nessuno può più parlare di disattenzione. Questo è un gesto premeditato”.
Il vescovo ha criticato il fatto che il documento vaticano non lasci alcuno spazio per il pensiero che anche alla chiesa cattolica romana possano mancare degli elementi importanti per le altre chiese, come ad esempio il rispetto della capacità di giudizio della comunità dei fedeli o l'accesso delle donne al ministero pastorale. “La comprensione reciproca – ha proseguito Huber – è possibile solo quando nessuna delle parti in causa rivendica il monopolio della verità”.
Documento vaticano/7. Colin Williams, Conferenza delle chiese europee
Roma (NEV), 11 luglio 2007 – “Poiché confessiamo la 'chiesa una, santa, cattolica e apostolica', il nostro supremo compito ecumenico è di continuare a mostrare questa unità che è sempre un dono di Dio”, ha dichiarato Colin Williams, segretario generale della Conferenza delle chiese europee (KEK), commentando il documento del Vaticano “Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla Chiesa”.
Le “Risposte” sottolineano per Williams “la necessità di continuare a lavorare con urgenza a questa sfida offertaci dalla Carta ecumenica, il documento fondamentale delle aspirazioni ecumeniche condivise dalle chiese d'Europa. Il fatto che quelle diverse visioni della chiesa e della sua unità, a cui fa riferimento la Carta ecumenica, siano ancora causa di dolore e divisione è un motivo di rammarico e non una situazione di cui possiamo essere soddisfatti”.
Il segretario generale della KEK ha poi osservato il momento particolarmente infelice in cui il documento cattolico è stato diffuso, alle soglie della Terza Assemblea ecumenica europea (AEE3), che si terrà a Sibiu (Romania) dal 4 al 9 settembre 2007, con la partecipazione di oltre 1000 delegati cattolici, ortodossi e protestanti. “Non dobbiamo permettere – ha affermato Williams – che la pubblicazione di questo documento ci distolga da questo compito fondamentale. L'AEE3 darà ai delegati a Sibiu l'opportunità di riconoscersi gli uni gli altri come fratelli e sorelle in Gesù Cristo, attraverso il dialogo e la preghiera comune, al di là delle barriere denominazionali, rafforzando la nostra volontà di trovare modi in cui possiamo esprimere e vivere fino in fondo quell’unità voluta da Cristo per la Sua chiesa”.
La KEK è una comunione di circa 125 chiese membro ortodosse, protestanti, anglicane e vetero-cattoliche, di tutti i paesi d'Europa, più 40 organizzazioni associate.
Il giamaicano David Callam è il nuovo segreterio generale dell'Alleanza battista mondiale
Roma (NEV), 11 luglio 2007 – E' il pastore giamaicano David Callam il nuovo segretario generale dell'Alleanza battista mondiale (ABM). La sua elezione è avvenuta lo scorso 6 luglio durante il Raduno annuale deIl'ABM, tenutosi ad Accra (Ghana). Callam, 55 anni, sposato e padre di due figli, è il primo segretario generale non proveniente da un paese europeo o nordamericano. Personalità dai molti talenti, il nuovo segretario generale dell'ABM è pastore della Chiesa Battista di Kingston, teologo specializzato in etica cristiana, presidente della Compagnia dei media religiosi della Giamaica, autore di diverse pubblicazioni e lettore universitario; è stato per due trienni presidente dell'Unione battista giamaicana. Dal 1985 Callam ha ricoperto diversi incarichi all'interno dell'ABM, tra cui quello di vice presidente dal 2000 al 2005; al di fuori del mondo battista, è tra i membri della Commissione Fede e costituzione del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC). Callam entrerà in carica dal prossimo settembre e succederà al pastore Denton Lotz che ha ricoperto la carica dal 1988.
L'Alleanza battista mondiale (ABM) è una comunione di oltre 200 convenzioni e unioni di chiese battiste, che comprende oltre 36 milioni di membri battezzati e una comunità complessiva di oltre 110 milioni di battisti in tutto il mondo.
APPUNTAMENTI
RADIO – Ogni domenica mattina, alle 7.30, su RAI Radiouno, “Culto Evangelico” propone una predicazione (15 e 22 luglio, pastore Paolo Ribet), notizie dal mondo evangelico, appuntamenti e commenti di attualità. Le trasmissioni possono essere riascoltate collegandosi al sito di RAI Radiouno, attraverso il link alla pagina www.fedevangelica.it/servizi/ssrtv031.asp
TELEVISIONE – Domenica 15, su RAIDUE dopo mezzanotte, la rubrica “Protestantesimo” manda in onda una puntata con un editoriale di Daniele Garrone sull'ultimo documento della Congregazione per la dottrina della fede, i servizi “Morire di speranza: i naufraghi di Lampedusa”, “I Delirious: un gruppo pop-rock evangelico” e “Insieme verso Sibiu”. Repliche, su RAIDUE, lunedì 16 dopo mezzanotte, e lunedì 23 alle 7 di mattina.
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